Articoli/AI pratica, non hype
AI pratica, non hype

E tu, quali sono le tue debolezze?

Sui social sembrano tutti perfetti. Io comincio dai miei difetti e da due errori che mi sono costati un rapporto e un'azienda, per arrivare al motivo per cui l'AI non sostituirà mai la capacità di leggere le persone.

Scrivania di casa in disordine la sera, vista dall'alto: cavi bianchi aggrovigliati, caricabatterie, un laptop chiuso, occhiali, una custodia di auricolari aperta e vuota, e i libri Intelligenza artificiale di Russell e Norvig, Le 7 regole per avere successo di Stephen Covey e Una cosa sola di Gary Keller
C'è tutto, tranne le cuffie Bluetooth.

È martedì sera, ho messo a letto la bimba (e la compagna) e mi godo un po’ di relax. Convinco il sergente di Full Metal Jacket che alberga nella mia coscienza che mi dedicherò alle varie faccende tra poco, giusto qualche minuto di smartphone (le ultime parole famose). Apro LinkedIn e inizio a scrollare come un giocatore alle slot machine in attesa del jackpot. Ovviamente la vincita non arriva, ma la mia attenzione viene attratta da qualcosa. Qualcosa che non c’è.

L’illusione della perfezione

Non c’è praticamente nessuno che racconta i suoi difetti, dove ha sbagliato, dove ha perso un cliente, dove ha ricevuto una lavata di capo, dove ci ha rimesso dei soldi o la faccia. Non ho un network così grande, e diversi dei miei contatti li conosco personalmente: sono persone in gamba, ma non sono dei robot infallibili (grazie al cielo).

Eppure, guardando sui social sembra che tutte le persone siano perfette: bella vita, bel lavoro, bel partner, belle vacanze, bella casa, i soldi. È davvero un peccato, perché scrivendo e postando solo le parti migliori di noi e nascondendo quelle che ci piacciono di meno perdiamo un’occasione fantastica per mostrare il nostro lato più vero, più umano, ciò che ci rende davvero interessanti. Ciò che lascia il segno in chi ci legge.

Pensa ad uno dei più grandi racconti fantasy mai scritti, il Signore degli Anelli. Che noia sarebbe stata se Frodo, Sam, Gandalf e Aragorn fossero stati perfetti, se non avessero mai provato dubbio, timore, tristezza o ira? Non dico di condividere con il mondo il momento in cui urliamo contro il collega o piangiamo guardando un film, o di mostrare parenti degni della famiglia del Professore Matto (dal film di Eddie Murphy, ndr). Dico solo di aprire quel tanto che basta a far respirare un po’ di aria fresca ai malcapitati che ci leggono dopo centinaia di post stantii.

Alcuni miei difetti

Comincio io. Ho tanti difetti, ecco quelli che mi vengono fatti notare più spesso:

  • sono disordinato e perdo le cose (ho appena perso per la decima volta quest’anno le cuffie Bluetooth);
  • ho un modo di parlare lento e a volte robotico, specie quando sto riflettendo;
  • sono uno yes-man, faccio tremendamente fatica a dire di no alle richieste, sul lavoro e nella vita privata;
  • sono allergico al multi-tasking, riesco a concentrarmi solo su una cosa alla volta, e quando vengo distratto ci metto un bel po’ prima di riprendere il filo;
  • parlare di me e di quello che faccio con persone sconosciute mi mette a disagio (solo parlare e non scrivere, per fortuna).

E inoltre ho paura molte più volte di quanto non vorrei.

Giusto per fare qualche esempio, ho avuto paura:

  • quando ho lasciato il lavoro per mettermi in proprio qualche anno fa;
  • quando ho parlato in pubblico, molte volte;
  • quando in moto per poco non ci lasciavo le penne;
  • quando ho cambiato città;
  • quando ho capito che mio padre non sarebbe più guarito.

E ho tutt’ora paura quando:

  • vedo mia figlia che sta male (per fortuna non capita quasi mai);
  • litigo con una persona a cui tengo;
  • vedo i miei cari invecchiare;
  • … e in tanti altri casi.

Ti potrei dire che il vero coraggio non è non avere paura, ma vincere la paura e agire. E te lo confermo, è una cosa in cui credo. Anche qui però, per onestà intellettuale, devo ammettere i miei difetti: sono fuggito tantissime volte. Non in moto, intendiamoci (altrimenti ci avrei lasciato davvero le penne), ma dalle liti, dalle discussioni che non volevo affrontare, dalle decisioni che non volevo prendere, dalle situazioni che non volevo accettare.

E così facendo spesso ho rovinato le cose, portando delle piccole crepe a diventare delle fratture irreparabili.

Due errori dolorosi

Ci sono tanti errori che mi sono costati caro, ne racconto due particolarmente dolorosi.

Anni fa, durante il Covid, decisi di aprire un e-commerce food specializzato in prodotti locali. Riuscii a sbagliare praticamente tutto: iniziai a lavorarci con il marito di mia mamma, per me un secondo padre, per poi coinvolgere mio fratello senza comunicare al primo il cambiamento. Per quanto fossi mosso da motivazioni nobili e pratiche (mio fratello era in cassa integrazione e aveva già esperienza nelle vendite online), il non averne parlato fece molto male al mio patrigno, e ciò rovinò lo stupendo rapporto che avevo con lui per alcuni anni. Dopodiché riuscii a compromettere il rapporto anche con mio fratello, e a rimetterci tutti i miei risparmi. Non male come prima avventura imprenditoriale.

Quell’episodio però, al di là di tutte le batoste, mi fece assaggiare il piatto agrodolce del fare impresa, e quel gusto mi diede dipendenza. Così, qualche tempo dopo, decisi di dare le dimissioni dal mio posto di lavoro per mettermi in proprio. Avevo grandi progetti e decisi di iniziare dalla consulenza, sia perché non avevo più soldi da parte, sia perché risolvere problemi e portare risultati è la mia più grande passione.

I primi tempi andarono bene, ottenni qualche progetto abbastanza grosso da darmi stabilità e permettere al mio ego ipertrofico di credere di aver già vinto. Aprii una SRL, presi due collaboratori, e coinvolsi una società americana per gli sviluppi software. Non mi rimaneva in tasca praticamente nulla e anzi avevo chiesto prestiti a persone care, ma vedendo come stavano andando le cose ero molto fiducioso.

Un giorno mi contattò il direttore commerciale di un’azienda che era stata mia cliente. Per privacy lo chiamerò Marco. Era uno in gamba, con il quale avevo sviluppato un progetto per un portale B2B nel settore moto/scooter. Mi disse che aveva lasciato quel posto di lavoro per diventare il responsabile Italia di un nuovo marchio cinese, che il prodotto era una bomba, che i cinesi avevano una valanga di soldi, e che voleva farmi sviluppare una versione migliore e più completa del portale B2B. Unica piccola richiesta: visto che l’EICMA sarebbe stata due mesi dopo, creare un sito vetrina per il nuovo marchio in modo da essere presentabili. La richiesta mi pareva ragionevole.

Gli specificai che non ero un web designer e che la grafica non era il mio forte; lui rispose che non doveva essere un sito come quello della Ducati, e che tanto le immagini e i video li avrebbe forniti tutti lui. Feci i miei controlli: una telefonata al vecchio cliente, e un passaggio con la mia collaboratrice e l’agenzia americana per assicurarmi che avessimo le competenze. Ottenuti i via libera, feci firmare la proposta a Marco.

Dopo pochi giorni dall’inizio del progetto mi accorsi di due fatti inaspettati e spiacevoli: da un lato Marco aveva aspettative molto alte sulla grafica del sito, e non esistevano template che fossero in linea con le sue richieste; dall’altro la mia collaboratrice e l’agenzia americana, con le quali avevo completato con successo altri progetti, non avevano sufficienti competenze per lo sviluppo di un sito più avanzato. Non diedi retta al mio sesto senso, il tempo passò e il sito venne pubblicato in tempo per l’EICMA. Marco però non era soddisfatto del risultato, e mi disse che neanche i cinesi lo erano e che non si poteva partire con il progetto vero finché il sito non fosse stato corretto. I mesi passarono, e io spesi un mucchio di soldi per rifare varie volte quel sito.

Quel famoso progetto non arrivò mai, e tutte le altre commesse su cui stavo lavorando eccetto una non ebbero seguito.

Avevo sbagliato su tutta la linea, in particolare per aver gestito le finanze in modo naif e per aver fatto affidamento su un progetto e su un’entrata che erano solo un sogno. Senza soldi e pieno di debiti, mi ritrovai costretto a concludere il rapporto con i miei collaboratori e a ripartire da zero, anzi da sotto-zero.

Per fortuna poi mi rimisi in gioco, e anche grazie al supporto e alla pazienza della mia compagna Rossana, riuscii a superare quel brutto periodo.

Guardandoli oggi, i due disastri hanno la stessa identica radice: in entrambi i casi ho evitato una conversazione scomoda. Non ho detto a mio patrigno cosa stavo facendo, non ho detto a Marco che così non ce l’avremmo fatta. Il difetto che ti ho elencato sopra non è un dettaglio caratteriale: mi è costato un rapporto e un’azienda.

Tutto ciò mi è servito da lezione, ogni fallimento mi ha permesso di crescere più di cento successi, ma il punto principale non è questo. Ciò che voglio imprimere nella mente di te che stai leggendo è che ognuno di noi ha una parte umana con cui fare i conti. E tanto più cerchi di nasconderla, tanto più cerchi di reprimerla, tanto più uscirà impetuosa nei momenti e nei modi meno opportuni. E questo vale sia per te sia per chi ti sta intorno, nel lavoro e nella vita privata.

Cosa c’entra l’AI con tutto questo

L’AI ti permette di moltiplicare i risultati laddove concentri le tue energie e automatizzare laddove vuoi alleggerire il tuo impegno, ma non può sostituire la tua capacità di giudizio né come ti rapporti con le persone.

Detto in altri termini: l’AI è la leva per raggiungere risultati straordinari se sai dove e come applicarla, a patto di aver scelto bene il fulcro, ovvero il punto dove si poggia la tua leva. Se non scegli bene il fulcro, oppure se le tue azioni su persone, processi e tecnologie vanno in direzioni diverse, non potrai mai ottenere risultati straordinari, al massimo mediocri.

Confronto tra due leve identiche: con il fulcro vicino al carico il risultato si solleva da terra, con il fulcro lontano il risultato resta a terra e non si muove

E le persone sono l’elemento più importante: senza di esse un’azienda è solo un pezzo di carta e alcuni mobili, pc e macchinari. Il tempo di agenti AI che fanno crescere con successo aziende milionarie deve ancora arrivare, e qualora arrivasse, significherebbe che abbiamo perso di vista il vero motivo per cui facciamo impresa. Sicuramente per far soldi, ma soprattutto per cambiare in meglio la vita di altre persone.

E qui torniamo al perché è così importante comprendere le persone al di là dei compiti e degli scambi lavorativi, e al perché è importante abbandonare i propri preconcetti e mettersi nei panni degli altri in modo incondizionato.

Fai uscire la persona dietro al ruolo

È proprio questo il legame: finché pretendi di essere senza difetti, pretenderai che non ne abbiano nemmeno gli altri. Riconoscere i tuoi è ciò che ti permette di guardare una persona senza condizionamenti.

Quindi, quando vedi un venditore che promette scadenze impossibili da rispettare, un componente del team che dopo che gli hai spiegato esattamente cosa fare fa il contrario, o un collaboratore che si ostina a lavorare come negli anni ‘90, fermati e cerca di metterti nei suoi panni. E non intendo cosa faresti tu con la tua testa se fossi al suo posto, dico proprio di fingere di essere lei o lui, con le sue credenze, i suoi valori, la sua identità. Perché oltre al ruolo, oltre alle maschere, c’è sempre la persona.

E la stessa cosa vale per te: non siamo robot capaci di compartimentare a tenuta stagna le varie aree della vita; abbiamo le nostre giornate migliori e peggiori, i nostri successi e fallimenti, i nostri pregi e i nostri difetti. È questo che ci rende umani, ed è questo che, se condiviso con trasparenza e umiltà, viene apprezzato da chi ci è vicino nella vita privata e lavorativa, e riconosciuto da chi ci osserva da lontano. A maggior ragione se sei un leader.

Ti auguro quindi di avere il coraggio di condividere le tue debolezze con gli altri. E soprattutto, per citare il compianto Stephen Covey: prima di farti capire, cerca di capire chi ti sta di fronte.

E tu, quali sono le tue? Scrivimele, mi interessa davvero saperlo.

Buona innovazione!

PS: utilizzo il maschile per facilitarti la comprensione, di qualsiasi genere tu sia.

Fonti

  • Posizioni percettive, il modello che sta dietro al “fingere di essere lei o lui”: John Grinder e Judith DeLozier, Turtles All the Way Down: Prerequisites to Personal Genius, 1987. Nasce come estensione operativa della “doppia e tripla descrizione” di Gregory Bateson.
  • Livelli Logici (ambiente, comportamenti, capacità, credenze e valori, identità): Robert Dilts, Changing Belief Systems with NLP, 1990.
  • Il leader che unisce umiltà personale e determinazione feroce, la “Leadership di Livello 5”: Jim Collins, Good to Great, 2001. In italiano: Good to Great. Come si vince la mediocrità e si raggiunge l’eccellenza, Mondadori.
  • Dire le cose come stanno senza smettere di essere umani: Kim Scott, Radical Candor: Be a Kick-Ass Boss Without Losing Your Humanity, 2017.
  • Stephen Covey, Le 7 regole per avere successo, FrancoAngeli. Il mio libro di crescita personale preferito.
La newsletter

Ogni settimana un sistema pratico per trasformare il caos in qualcosa che cresce con te, su AI, vendite e prodotti.

Iscriviti alla newsletter →
Lorenzo Fiumi

Costruisco sistemi semplici e AI per chi vive di relazione e fiducia. Sto costruendo Coachable, il libro vivente dei clienti per coach professionisti.

Iscriviti alla newsletter → Entra nella waitlist →