Cosa ti resterà delle ferie, quando tornerai in azienda?
Per i romani l'ozio non era riposo ma l'attività più seria che ci fosse. Come ci siamo fatti portare via quel tempo, e il metodo che uso per non sprecare le ore che mi ritaglio.
Gli antichi romani avevano una parola per quel tempo, e non significava riposo.
Un uomo adulto si è preso due settimane di ferie per fare l’unica cosa che gli interessa davvero. E mentre me lo racconta, si scusa.
Siamo in palestra, lunedì mattina alle 7:00, in attesa che inizi il corso. Sì, lo ammetto, sono uno di quei pazzi che si svegliano alle 6:00, vanno in palestra e si fanno la doccia fredda prima di andare al lavoro, anche in inverno: i video YouTube di The Rock e David Goggins mi hanno decisamente traviato.
Faccio quattro chiacchiere con un altro iscritto e, in uno slancio di fantasia, gli chiedo cosa farà per le vacanze (so che non te lo aspettavi, sono il re degli small talk!). Mi risponde che andrà in Olanda, per un corso di Project Management. Poi aggiunge, quasi giustificandosi, che la città è molto bella e che fare questa vacanza studio gli ricorda i tempi dell’università.
Ecco, la cosa che mi colpisce davvero non è il corso, è quel “quasi giustificandosi”. La città bella e i ricordi dell’università tirati in ballo come attenuanti, davanti a uno sconosciuto in palestra, come se dedicare le ferie a qualcosa che conta per lui fosse un’anomalia da spiegare.
E invece quest’uomo ha afferrato un concetto che molti di noi hanno dimenticato: che il tempo per sé stessi non deve essere per forza o puro svago o lavoro arretrato. Esiste una terza cosa. Ha un nome antico, e siamo stati addestrati a sentircene in colpa. Quella cosa si chiama Ozio.
Questo non è l’ennesimo articolo che ti dice di staccare la spina: di quelli ne hai già letti, e non ti hanno cambiato una settimana. Qui trovi tre cose: da dove viene l’ozio e perché è una faccenda molto più seria di quanto la parola faccia pensare, come ce lo siamo fatti portare via, e soprattutto cosa si fa davvero in quelle ore, con il metodo che uso io e un esempio vero, giro a vuoto compreso. Ti anticipo solo la conclusione, così non devi aspettare la fine: la partita non si gioca ad agosto.
L’origine dell’ozio
Chi ha fatto il liceo forse si ricorderà che per gli antichi romani il concetto di Otium aveva tutt’altro significato: l’ozio non era un modo pigro di staccare dalle attività, ma al contrario era un’attività di primo ordine. L’ozio era l’impiego principe della mente, veicolato spesso dal lavoro manuale. Sovente i grandi filosofi e statisti si allontanavano dal caos di Roma, dove appunto conducevano i loro affari (in latino Negotium, guarda a caso la negazione di Otium), per ritirarsi in campagna. Lì si dedicavano a una vita rurale, in cui lavoravano la terra, studiavano, riflettevano e scrivevano sulle questioni più importanti. Se non fosse stato per l’ozio, tanti scritti di Seneca, Cicerone, Marco Aurelio e altri capisaldi della nostra cultura non sarebbero mai esistiti. E non li cito a caso: Seneca fu precettore e poi consigliere di Nerone, di fatto l’uomo che tenne in piedi l’impero nei primi anni di quel regno, Cicerone ebbe una presenza politica ragguardevole, e Marco Aurelio fu addirittura imperatore. Non esattamente degli scansafatiche.
C’è però una differenza sostanziale con il nostro modo di “staccare per pensare”. Marco Aurelio non usava il suo taccuino per pianificare le campagne militari: lo usava per indagare su sé stesso, e per essere quindi il tipo d’uomo capace di reggere il comando delle sue truppe. L’ozio dei latini non lavora direttamente sulle decisioni, ma sulla persona che le deve prendere. Le decisioni non sono il fine del ritiro: sono uno dei risultati che ne conseguono, e neanche quello più importante.
E attenzione, non per questo era un ozio fine a sé stesso, buono solo a contemplare. Per i romani la filosofia era una guida pratica: si studiava per sapere come vivere e come governare, che per loro erano facce della stessa medaglia. Cicerone scrive il “De Officiis” a suo figlio come manuale di condotta nella vita pubblica, e ai futuri imperatori la filosofia veniva fatta studiare proprio perché era considerata l’addestramento migliore per chi era destinato a cariche pubbliche. Quella separazione che oggi diamo per scontata, la crescita personale da una parte e il mestiere dall’altra, per loro semplicemente non esisteva.
Poi cos’è successo
Per tanti secoli, i ritmi di lavoro non li dettava l’orologio, ma il compito e la stagione. Si lavorava a raffiche intense quando c’era da mietere o da consegnare, e si rallentava quando non c’era. Valeva per il contadino come per l’artigiano, non solo per i signori: lo storico E.P. Thompson lo ha documentato in un saggio famoso, e ha notato una cosa che ci riguarda da vicino. Nelle società che lavoravano per compiti, il confine fra “lavoro” e “vita” era molto più sfumato che oggi; non erano due contenitori separati ma un continuo. Poi, con l’avvento della prima rivoluzione industriale, arrivò una novità: le macchine, al contrario di persone e animali, non sentivano il bisogno di riposare. E siccome le macchine costituivano forti investimenti, dai quali gli imprenditori volevano trarre il massimo ritorno, iniziarono a forzare le persone a lavorare quante più ore possibile per tenere le macchine attive, secondo l’orologio della fabbrica e non più secondo il compito.
E con la seconda rivoluzione industriale iniziò anche un’altra pratica, gioia e dolore di chiunque lavori in azienda: si iniziò a misurare tutto, dalle macchine agli uomini, e ciò che non si misurava, l’ozio compreso, smise pian piano di contare.
Infine due innovazioni più recenti hanno dato la mazzata definitiva al nostro ozio: internet e gli smartphone. Insieme hanno fatto sì che il lavoro uscisse dalle mura e dagli orari degli uffici, permettendo alle persone di lavorare da ovunque in qualsiasi momento. Non serve una statistica per riconoscerlo: basta contare quante volte hai risposto a un messaggio di lavoro dopo cena nell’ultima settimana.
Questi tre elementi, le macchine che non si fermano mai, la misurazione dei risultati e l’essere sempre connessi, hanno fatto nascere una narrazione malsana secondo cui per ottenere successo lavorativo è necessario lavorare sempre. Di conseguenza si sono formate due fazioni:
- la fazione del “voglio raggiungere il successo a tutti i costi”, quelli disposti a qualunque sacrificio pur di far crescere la propria attività o ottenere titoli aziendali di rilievo;
- la fazione del “la mia vita è più importante”, che non vuole sacrificare altri aspetti della propria esistenza, come la famiglia, la salute e gli hobby, e decide di non perseguire obiettivi lavorativi sfidanti.
Ovviamente sto estremizzando, ma è sufficiente guardarci intorno per capire che ben poche persone hanno raggiunto il fantomatico work-life balance a cui tutti aspirano.
Cosa ci stiamo perdendo
È proprio questo il problema: concepire lavoro e vita privata come due contenitori separati da tenere in equilibrio. La realtà è ben diversa, e i latini duemila anni fa l’avevano capito meglio di noi.
E la prova sta proprio nelle due fazioni citate: nessuna delle due porta a una vita che abbia senso e significato, figuriamoci felicità. Vediamole da vicino:
- Chiunque abbia seguito ritmi di lavoro estremi per un periodo (ad esempio 12-15 ore di lavoro al giorno) sa che sono troppe le aree della vita che vengono lasciate indietro; i genitori invecchiano, i figli crescono e gli amici si perdono. Nessuno alla fine della propria vita si lamenta di non aver lavorato abbastanza, ma in molti rimpiangono di non aver passato abbastanza tempo con i propri cari.
- D’altro canto, se come me sei affamato e vuoi fare qualcosa di significativo nella tua vita, la prospettiva del famoso posto fisso statale ti fa rabbrividire. Per quelli come noi un impiego a basso impegno è solo funzionale ad avere tempo ed energie da dedicare a un altro progetto. Senza quel progetto, la comodità diventa una condanna. Inoltre, come dice un vecchio aforisma: “Se i soldi non danno la felicità, figuriamoci la miseria”. L’incubo di non riuscire a pagare le spese non è certo l’esperienza che raccomando, e quando assaggi un certo tenore di vita difficilmente hai voglia di tornare indietro, anche se questo implica continuare a correre come un criceto su una ruota.
Quindi come si esce da questa impasse?
Come riprendersi il proprio ozio
La soluzione è riprendere il concetto di ozio dei latini e adattarlo ai nostri tempi. In particolare tre strategie sono molto utili.
1) Capire che essere sempre impegnati è una forma di pigrizia
Questa scoperta la devo a Tim Ferriss, secondo cui ci si tiene impegnati per rimandare le poche azioni scomode che farebbero la differenza. In azienda questa verità si manifesta in tante salse diverse: anni fa conobbi un imprenditore che passava le giornate a lavorare sulle macchine utensili, abdicando a tutte le attività amministrative e commerciali. Più di recente lavorai con un altro che si occupava solo di fare offerte e trovare nuovi clienti, declinando ogni responsabilità di ciò che accadeva dopo la firma del contratto. Non sto parlando di sprovveduti, sto parlando di persone che hanno portato le loro aziende a fatturare diversi milioni, ma che in quel momento avevano paura di affrontare le poche decisioni e azioni che contavano davvero.
Detto in altro modo: quando sei dentro una buca, la prima cosa che devi fare è smettere di scavare.
2) Accettare le pressioni esterne senza cedere
A meno che non sia metà agosto, se ricopri un ruolo di responsabilità vieni sommerso da telefonate, email, WhatsApp e ogni altra diavoleria per comunicare a ogni ora del giorno, e a volte anche della notte. Ognuno reclama la tua attenzione: i clienti vogliono sapere a che punto sono gli ordini, i collaboratori vogliono indicazioni su cosa fare per questo o quel problema, il partner chiede che fine hai fatto. Il problema è che tutte queste persone, anche quelle armate delle migliori intenzioni, non hanno la più pallida idea di quale sia la tua priorità in quel momento, e anche se ce l’avessero è comunque secondaria rispetto al bisogno che hanno di te.
E se vuoi creare qualcosa di davvero significativo non lo puoi certo fare venendo interrotto ogni cinque minuti. Purtroppo per noi, anche se ci rifugiassimo in una torre di pietra sperduta, lo smartphone ci raggiungerebbe anche lì. Quindi cosa si può fare? Semplice: spegni quello smartphone! O se preferisci, mettilo in modalità aereo o non disturbare; insomma, qualunque cosa per far sì che non ti possano contattare in quelle ore o in quei giorni in cui sei intento a pensare.
So cosa stai per dire: “Va bene ad agosto e a Natale, ma il resto dell’anno non posso permettermi di non rispondere alle telefonate.” A meno che tu non sia un medico del pronto soccorso, il mondo può andare avanti senza di te per un po’; anzi, ti sorprenderà quanto spesso i problemi si risolvono magicamente senza il tuo intervento. Il trucco è avvisare per tempo, così che nessuno ti cerchi aspettandosi una risposta. Un esempio celebre: Bill Gates, a partire dagli anni ‘80 e per tutto il periodo d’oro di Microsoft, si prendeva una pausa di una settimana due volte l’anno, in quasi totale isolamento dentro una casa nei boschi, solo per pensare e studiare. Qualcuno gli lasciava da mangiare due volte al giorno, e nessun altro era ammesso. Ti ricorda qualcuno?
3) Ridefinire l’ozio in modo costruttivo
Veniamo ora al vero nodo della questione: fintantoché l’ozio per te sarà solo sinonimo di svago, lo relegherai alle vacanze, che passerai solo a rilassarti e distrarti.
Il primo spostamento da fare è capire a cosa dedicare davvero questo tempo. Non alla tua azienda ma a te, alla persona che poi in azienda prenderà le decisioni. È la stessa cosa che facevano i latini, ed è il motivo per cui funziona anche sul lavoro, ma di rimbalzo, non per bersaglio diretto. Se ci vai per risolvere il problema che hai sulla scrivania oggi, tornerai con una pratica evasa e la testa uguale a prima.
La chiave ancora una volta è il principio di Pareto portato all’estremo, o come lo chiamo io, la Legge del Fulcro: ci sono solo una manciata di attività su cui vale la pena concentrarsi, e puoi scegliere di dedicarti a solo una per volta, che diventa il fulcro su cui concentri tutte le tue energie. I processi, le persone e la tecnologia altro non sono che leve che agiscono su quel fulcro, e come ogni leva ti permettono di spostare un peso che a mani nude non muoveresti. Questo vale per la tua vita esattamente come vale per la tua azienda: uso l’esempio del fulcro aziendale solo perché è il caso più visibile.
Trovare il fulcro si riduce poi a una domanda sola, che ho preso in prestito da Gary Keller e che ormai uso per qualunque decisione: qual è la sola e unica cosa che posso fare, in modo che facendola tutto il resto diventi più facile o superfluo?
E se ancora dubiti dell’efficacia dell’ozio costruttivo, ti basti pensare a Winston Churchill, che ne ha dato due prove in due momenti diversi della sua vita. Negli anni in cui era fuori dai giochi politici, a partire dal 1928, si dedicò alla muratura nella sua tenuta di Chartwell, al punto da iscriversi al sindacato dei muratori. In quel periodo stava anche scrivendo, e annotò con soddisfazione il suo ritmo: “200 mattoni e 2.000 parole al giorno”. Poi, da primo ministro e in piena Seconda Guerra Mondiale, mantenne il suo pisolino pomeridiano: si metteva a letto in pigiama per un paio d’ore mentre cadevano le bombe, e sosteneva che fosse proprio quello a permettergli di lavorare fino alle due o le tre di notte. Diceva di ricavare “una giornata e mezza di lavoro” da ogni ventiquattro ore.
Ho ritagliato del tempo tutto per me. E adesso?
Fin qui ci siamo concentrati sul ritagliarci uno spazio libero da interruzioni esterne, ora dobbiamo assicurarci di sfruttarlo al meglio.
Dopo aver letto e provato tanti framework diversi, sono arrivato alla conclusione che questo è uno dei casi dove “meno è meglio”: porsi poche domande chiave è la cosa più efficace. Ecco cosa faccio io:
- mi assicuro di avere almeno un’ora libera, meglio due;
- vado in un luogo silenzioso e che mi ispira, come il mio terrazzo d’estate o una biblioteca d’inverno;
- allontano telefono, pc e qualsiasi dispositivo, eccetto il mio Kindle Scribe (quaderno elettronico);
- mi bevo una bottiglia di spumante (scherzo, se lo faccio mi addormento);
- penso al problema che voglio risolvere nel modo più oggettivo possibile;
- lo ribalto per trasformarlo nel risultato che voglio ottenere (nel coaching di solito viene chiamato obiettivo, ma qui preferisco risultato per essere più concreto);
- mi faccio la domanda del fulcro, questa volta puntata su quel risultato: “qual è la sola e unica cosa che posso fare, in modo che facendola tutto il resto diventi più facile o superfluo?”;
- scrivo tutto ciò che mi viene in mente, finché non emerge un’idea valida.
Note importanti:
- il primo quarto d’ora, a volte la prima mezz’ora, scrivo banalità. Non orrori, intendiamoci: di solito sono idee di buon senso. Ma nulla di davvero trasformativo;
- uso l’AI prima di questo processo (per raccogliere informazioni) e dopo (per avere un feedback critico su ciò che ho elaborato), ma mai durante. Stessa cosa per il confronto con altre persone;
- spesso il processo si ripete in ciclo: raccolgo informazioni, elaboro in solitudine, mi confronto con altre persone e con l’AI, raccolgo altre informazioni, mi ritiro di nuovo e così via;
- come scritto prima riguardo all’Otium latino, il prodotto ultimo del ragionamento non è la soluzione del problema in sé, ma conoscere sé stessi e i propri schemi di pensiero, in modo da intercettare cosa migliorare e su cosa chiedere aiuto esterno;
- due domande di introspezione utilissime vengono dal coaching (modello GROW): “che cosa hai imparato su questo obiettivo?” e “che cosa hai imparato su di te?”.
Ad esempio, qualche giorno fa in un mio ozio costruttivo sono stato seduto per circa due ore a rielaborare l’offerta che porto alle piccole imprese meccaniche che lavorano su commessa. Il ragionamento mi ha portato a chiedermi, e a darmi risposte su:
- qual è l’obiettivo finale che voglio ottenere. Trasformare le imprese in macchine che fanno soldi, cassa e profitti, in modo continuativo e prevedibile.
- Qual è il risultato che voglio ottenere. Qui ne avevo individuati diversi: la parte commerciale (strutturare il funnel marketing-vendite), i processi (ciclo attivo, ciclo passivo, produzione e consegna), le risorse umane (come trovare e trattenere le persone giuste), la parte finanziaria (assicurare cassa sufficiente per pagare dipendenti e fornitori e per crescere) e la tecnologia (avere software che semplificano e automatizzano il lavoro).
- Il problema dell’elenco qui sopra è che, anche se ho esperienza in tutte quelle aree, è semplicemente troppa roba. Inoltre per alcune di esse, per dare valore al cliente, ho bisogno di collaborazioni: ad esempio per la parte finanziaria serve un broker per trovare banche e stipulare accordi.
Dopo aver girato in tondo per un po’ di tempo senza trovare una soluzione valida, ho chiuso tutto e sono andato a fare colazione fuori con Rossana e nostra figlia. Lei, che è coach a sua volta, mi ha fatto alcune domande e ricordato la necessità di dare un singolo risultato molto concreto. È sempre utile quando qualcuno ti evidenzia cosa è davvero importante, anche se in cuor tuo lo sai già.
Io quindi, ragionando ad alta voce, le ho detto che il vero risultato che fa la differenza è far sì che imprenditore e venditori sappiano quali commesse sono in utile e quali in perdita, sia guardando il passato, sia quando fanno i preventivi ai clienti.
Successivamente mi sono di nuovo ritirato, per definire in dettaglio le scoperte fatte e per imprimermi nel cervello ancora una volta che semplicità e concretezza sono le chiavi. Che è la vera lezione appresa.
A questo punto mi chiederai: “Ma come, tutto questo discorso sul ritirarsi in solitudine, e poi le scoperte le hai fatte parlando con qualcuno?” Certamente, ed è proprio questo il punto. Se non avessi fatto le ricerche con Claude e letto libri di marketing non avrei avuto le informazioni su cui ragionare in solitudine, e se non mi fossi ritirato non avrei interiorizzato i concetti cardine e non sarebbero emersi con Rossana. Se invece non mi fossi confrontato con lei non avrei avuto un feedback su quali punti del mio ragionamento scricchiolavano.
Servono tutte e tre le parti, e quella dell’ozio costruttivo è quella che permette alle informazioni e ai feedback esterni di essere davvero appresi e interiorizzati.
Cosa fare nelle vacanze
Prima di tutto rilassati: “I Promessi Sposi” e gli altri libri delle superiori puoi lasciarli in soffitta da tua mamma. Ma non aspettarti di riposarti prima e di dedicarti all’ozio poi, come se fosse il compito che ti sei portato in valigia. L’ozio non è quello che fai quando hai finito di riposarti: è un altro modo di riposare, e spesso è quello che ti restituisce più energie di tutti.
Qualche spunto:
- Cosa farò io → mi dedicherò alla famiglia, allo sport, a leggere saggistica (magari è la volta buona che leggo “Sapiens” di Harari), e soprattutto a scrivere, per decidere come impiegare al meglio la seconda parte dell’anno.
- Altre idee → vedere posti nuovi e stare in mezzo alla natura sono attività che si sposano molto bene con le vacanze. Viaggiare è anche un’ottima occasione per conoscere gli usi e i costumi di altre culture, e alle volte anche per trasformare un’idea in qualcosa di reale. Phil Knight, il fondatore della Nike, l’idea di importare scarpe giapponesi l’aveva già messa nero su bianco in un compito del suo MBA a Stanford, ma è nel viaggio intorno al mondo, partito subito dopo nel 1962, che si presentò di persona a Kobe e si portò a casa il contratto da distributore. Fu il viaggio a trasformare un’idea sulla carta in un’azienda.
- Se non vai via (o sei già tornato) → agosto è il mese ideale per rilassarsi, per dedicarsi ad hobby manuali (magari non sotto il sole a mezzogiorno), per visitare musei e per ritrovarsi con le persone care. La meditazione mindfulness è un’attività a costo zero che funziona meglio di quanto il nome new age lasci sospettare: nel 2022 uno studio su JAMA Psychiatry ha confrontato, su 276 pazienti con disturbi d’ansia, otto settimane di meditazione con un comune antidepressivo, e la meditazione si è dimostrata non inferiore al farmaco, con un quinto degli effetti collaterali (vedi nota in fondo).
Un’ultima cosa, forse quella che conta di più. Tutto questo l’ho scritto parlando di agosto perché agosto è l’occasione più facile, non perché sia l’unica. Queste due o tre settimane sono la palestra: servono a farti riscoprire come ci si sente a pensare senza essere interrotti. Ma la prova vera sono le due ore di martedì a novembre, quando l’azienda gira a pieno ritmo, tutti ti vogliono e tu chiudi comunque la porta per dedicarti a ciò che è davvero importante. Magari è un progetto, o magari è lavorare su te stesso.
Quindi la vera domanda è: quando sarai tornato dalle vacanze, cosa rimarrà con te?
Buon ozio e buona innovazione!
PS: scrivo al maschile per rendere più semplice la lettura, di qualsiasi genere tu sia.
NOTA sulla meditazione: nello studio citato il protocollo prevedeva otto incontri da due ore e mezza, un ritiro nel fine settimana e 45 minuti di pratica a casa ogni giorno. Ciò è molto diverso che scaricarsi un’app e fare 5 minuti di meditazione ogni tanto. I risultati seri arrivano quando si ripete con impegno e costanza. Il che, se ci pensi, è il tema di tutto l’articolo.
Fonti
- Autori latini sull’Otium: Seneca, Cicerone, Marco Aurelio
- Di studi su tecnologia e stress ce ne sono migliaia, forse il più preoccupante di tutti è il libro “Generazione Ansiosa” di Jonathan Haidt, che parla dell’impatto dei social, la tecnologia di comunicazione per eccellenza, sui più giovani (attenzione che non è uno studio ufficiale ma un libro)
- “Vorrei averlo fatto. I cinque rimpianti più grandi di chi è alla fine della vita”, Bronnie Ware (è la fonte del passaggio sui rimpianti di fine vita: attenzione, è la testimonianza di un’infermiera di cure palliative, non uno studio ufficiale)
- “Being busy is a form of laziness”, Tim Ferriss
- “Deep Work”, Cal Newport
- “Una cosa sola”, Gary Keller e Jay Papasan (edizione italiana di “The ONE Thing”)
- “La via della tranquillità”, Ryan Holiday (da cui ho preso anche gli esempi di Bill Gates e Churchill)
- E.P. Thompson, “Time, Work-Discipline and Industrial Capitalism” (1967), per il passaggio dal tempo-compito al tempo-orologio
- Sulla muratura di Churchill a Chartwell dal 1928: International Churchill Society. Sul pisolino durante la guerra: la testimonianza del nipote Nicholas Soames
- “Shoe Dog”, Phil Knight, per il compito a Stanford del 1962 e il viaggio in Giappone
- Effetti della meditazione: Hoge et al., “Mindfulness-Based Stress Reduction vs Escitalopram for the Treatment of Adults With Anxiety Disorders: A Randomized Clinical Trial”, JAMA Psychiatry (2022), 276 pazienti, https://jamanetwork.com/journals/jamapsychiatry/fullarticle/2798510
- Per il quadro d’insieme, più prudente del singolo studio: Goyal et al., “Meditation Programs for Psychological Stress and Well-being”, JAMA Internal Medicine (2014), meta-analisi su 47 studi e 3.515 partecipanti. Effetti moderati su ansia e depressione, evidenza bassa proprio sullo stress
Costruisco sistemi semplici e AI per chi vive di relazione e fiducia. Sto costruendo Coachable, il libro vivente dei clienti per coach professionisti.
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E tu, quali sono le tue debolezze?
Sui social sembrano tutti perfetti. Io comincio dai miei difetti e da due errori che mi sono costati un rapporto e un'azienda, per arrivare al motivo per cui l'AI non sostituirà mai la capacità di leggere le persone.
Leggi articolo →Perché l'AI in azienda non sta funzionando (e cosa c'entra un romanzo del 1984)
Il 95% dei progetti AI in azienda fallisce. Un romanzo del 1984 sulla teoria dei vincoli spiega perché, e cosa fare prima di automatizzare qualsiasi cosa.
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