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Persone e performance

Qual è la tua piadina?

Delegare un lavoro inutile non lo rende utile: lo rende solo più costoso. Come capire cosa tenere, cosa delegare e a chi chiedere aiuto.

Illustrazione a tratto su fondo avorio: il bancone di un chiosco di piadine in riva al mare, con l'insegna vuota, patatine, bibita, piatti e piastra disegnati senza colore. Al centro del bancone, unica cosa a colori, una piadina farcita con prosciutto, formaggio fresco e rucola.
Mappa illustrata dell'articolo "Qual è la tua piadina?", sottotitolo "Le domande che troverai in questo articolo". In alto quattro domande collegate da frecce: 1. È questo il lavoro giusto? 2. Devo farlo io? 3. Chi lo fa meglio di me? 4. Come controllo il lavoro fatto? Sotto, scene nello stesso chiosco di piadine, con due cuochi, raggruppate per domanda. Domanda 1: "La prova della piadina", un vassoio con piadina, patatine e bibita, e la domanda "Questa cosa è la tua piadina, o è contorno?"; "Il prezzo del no", una mano che sceglie fra due comande vuote, e la domanda "Cosa stai pagando per ciò che non scegli?". Domanda 2: "Esecuzione o giudizio?", i due cuochi al bancone con piadina e ricetta, e la domanda "Cosa puoi delegare, e cosa deve restare tuo?". Domanda 3: "Braccia o testa?", i cuochi che lavorano insieme e che leggono una comanda, e la domanda "Che tipo di aiuto ti serve davvero?"; "Come chiedere aiuto?", un foglio con tre righe vuote, e la domanda "Come chiedi aiuto senza scaricare il problema?". Domanda 4: "Come controllo il lavoro fatto?", una cuoca che guarda la piadina accanto alla ricetta. In fondo: "Continua a leggere. In fondo trovi questa mappa con le risposte."

Giovedì, ore 8 di mattina. Sono nella sala d’attesa del meccanico, ad aspettare di essere ricevuto. Mentre cerco disperatamente di farmi i fatti miei, non riesco a fare a meno di sentire la signora che mi precede. Lei e la sua Dacia Sandero a GPL avevano subito un tamponamento mesi fa, e il carrozziere, per intervenire sulla carrozzeria, ha smontato e rimontato le bombole GPL. Fin qui niente di strano, sennonché nel rimontarle non ha posizionato bene un’ogiva. Ora il meccanico deve riparare il danno fatto, per un costo di 350€, e per giunta l’auto non è più in garanzia, perché il carrozziere non era abilitato a intervenire sull’impianto GPL.

Perché ti sto raccontando questa storia?

Perché mi ha portato alla mente un errore che ho commesso tante volte, e che quasi sicuramente hai commesso anche tu: non alzare le mani per chiedere aiuto quando è il momento.

Una settimana su un lavoro che non andava fatto

Anni fa, quando ero un giovane consulente appena uscito dall’università, nell’ambito di un progetto sugli acquisti per una grossa azienda del settore Food & Beverage, mi fu affidato un compito tutt’altro che divertente: effettuare un’analisi e classificazione di tutti gli articoli acquistati dall’azienda nell’ultimo anno. Si trattava di più di 3.000 articoli, e con una stima di almeno 30 secondi ad articolo, in totale erano circa 1.500 minuti, ovvero 25 ore, vale a dire più di tre giornate di lavoro. Io, armato di tanta buona volontà, mi misi all’opera. Inutile dire che la stima era parecchio ottimistica: dopo una settimana di lavoro intensivo non ero neanche a metà, e il progetto era in stallo. Il manager, a quel punto, notò che c’era qualcosa che non andava, e mi chiese cosa stesse succedendo. Gli spiegai la situazione: forte delle mie competenze in Excel, ero sicuro che quel particolare lavoro non potesse essere svolto in nessun’altra maniera.

Mi rispose con una domanda: “Conosci la legge di Pareto?” Certo che la conoscevo, l’avevo studiata ad ingegneria insieme a tantissimi altri concetti. Ma quello che non sapevo era che la legge di Pareto, che dice che l’80% degli effetti deriva dal 20% delle cause, non è utile solo per fare analisi come classificare clienti o fornitori sulla base degli importi, ma è anche e soprattutto un’ottima lente per osservare e organizzare il proprio lavoro.

“Secondo te questi articoli sono tutti uguali?” mi domandò con fare inquisitorio. E senza aspettare la mia risposta continuò: “Al cliente non gliene frega un c…o che gli analizziamo e classifichiamo tutti gli articoli in dettaglio, vuole che gli diamo indicazioni su cosa fare, e in fretta. È per questo che ci paga. Se avessi ordinato gli articoli in base al valore acquistato l’ultimo anno e tenuto solo quelli importanti avresti già finito il lavoro!”

Aggiunse poi, per assestarmi l’ultimo colpo: “E l’errore più grande che hai fatto non è aver sbagliato approccio, ma che di fronte a un lavoro così lungo non hai alzato le mani, non hai chiesto aiuto.”

Quella sfuriata mi investì come un treno in corsa: avevo fatto la figura dello stupido, come era possibile che io, che avevo preso il massimo dei voti a Ingegneria Gestionale, non avessi pensato a una cosa così semplice come ordinare delle righe?

Tre lezioni in una sfuriata

Come accade spesso in questi casi, gli errori, per quanto facciano male, portano a riflessioni ed opportunità di crescita. I frutti di quella sfuriata maturarono nella mia mente pian piano, nel corso degli anni.

Sul momento, in preda al mio ego ipertrofico da neo-consulente, colsi la parte più comoda: dentro quel lavoro non tutti gli articoli contavano allo stesso modo, bastava ordinarli per valore e fermarsi ai primi. Ovvero applicare Pareto alle righe. Utilissimo, ma è pur sempre ottimizzare il compito che mi era stato assegnato.

Qualche anno dopo arrivò la seconda: di fronte a un muro del genere avrei dovuto alzare la mano molto prima, e non l’avevo fatto per orgoglio.

La terza è arrivata tardi, quando ho cominciato a costruire aziende e prodotti miei, ed è quella che mi porto dietro ancora oggi. Il mio manager non mi stava dicendo di fare lo stesso lavoro su meno righe, mi stava dicendo che non era un lavoro di classificazione. Il cliente non comprava un file ordinato, comprava una decisione: dove intervenire, e in che ordine. Il file era il mezzo che avevo scelto io, e me n’ero innamorato.

La prima e la terza sembrano la stessa cosa, e per anni per me lo sono state. Non lo sono: ottimizzando il compito puoi risparmiare minuti o ore, decidendo cosa fare e soprattutto cosa non fare eviti di buttarne mesi o anni.

La domanda che quasi nessuno si fa

Da allora, davanti a qualsiasi lavoro che mi sembra una montagna mi fermo e mi pongo quattro domande:

  1. È questo il lavoro giusto?
  2. Devo farlo io?
  3. Chi lo fa meglio di me, e come chiedergli aiuto?
  4. Come controllare il lavoro fatto?

L’ordine è fondamentale. La maggior parte delle persone parte dalla terza domanda, e si sente pure virtuosa: “ho delegato”. Il problema è che delegare un lavoro inutile non lo rende utile, lo rende solo più costoso (anche quando il costo orario della persona a cui deleghi è minore del tuo).

Quelli bravi tecnicamente spesso non si fanno nessuna domanda, aprono il file e cominciano. È esattamente quello che feci io da neoconsulente: la premura di risolvere il problema vince sul pensiero critico.

La prima domanda è la più scomoda, ed è proprio per questo che funziona: fermarsi dieci minuti a riflettere su cosa serve davvero fare e cosa no permette di risparmiare giorni, settimane o anche mesi di lavoro. Tuo e di chiunque collabori con te o sia impattato dal tuo lavoro. Ed è qui che Pareto serve davvero, come lente da puntare sul proprio lavoro prima di iniziarlo: quale parte di questo compito produce quasi tutto il risultato? Il resto, il più delle volte, semplicemente va eliminato.

Perché proprio i più bravi ci cascano

Perché i bravi tecnici non diventano CEO

Il sopravvalutare le proprie capacità e voler fare tutto da sé è una debolezza che è tanto più pronunciata quanto più una persona è capace, specie nelle materie tecniche e scientifiche.

È esperienza comune che nelle aziende ai piani alti raramente arrivino gli individui più capaci tecnicamente, e la causa principale è proprio il comportamento di cui stiamo parlando. Chi ha una spiccata mente analitica e frequenta facoltà tecnico-scientifiche come ingegneria o medicina, impara a superare gli ostacoli grazie al proprio impegno e disciplina.

Questo approccio, per certi versi, è ottimo e costituisce il primo fondamento per il successo nel lavoro e in tante altre aree della vita ma, se portato all’eccesso, spinge a non chiedere aiuto anche quando ce ne sarebbe bisogno. Ed è tramite il confronto con gli altri che acquisiamo le capacità di comunicazione, ascolto, persuasione e delega che sono necessarie per essere un buon manager e un buon dirigente: ecco spiegato perché è molto più facile trovare un ex venditore come CEO piuttosto che un ex ricercatore.

Perché i bravi tecnici non diventano ricchi

Lo stesso approccio mal riposto colpisce anche altri ambiti. Nel libro “The Millionaire Mind”, in cui indaga le abitudini e il mindset dei milionari americani, Thomas J. Stanley espone una scoperta controintuitiva: i più ricchi non sono affatto quelli che a scuola andavano meglio. Tra i voti presi in classe e i soldi accumulati da adulti non c’è nessuna correlazione, né in un senso né nell’altro. E c’è di più: molti milionari sono imprenditori, e in questo gruppo sono pochi quelli che avevano performance scolastiche eccelse, e ce ne sono diversi che avevano voti pessimi.

Le spiegazioni date sono diverse, ma quella che mi ha colpito di più è proprio che chi è particolarmente bravo negli studi tende a voler fare tutto da sé ed a non coinvolgere aiuto esterno; ad esempio non chiede consiglio a commercialisti ed avvocati per valutare le proprie decisioni su patrimonio ed investimenti.

Al contrario, coloro che diventano ricchi “malgrado” le peggiori performance scolastiche hanno imparato a fare affidamento sugli altri e hanno un team di professionisti a cui rivolgersi per le varie necessità.

1. È questo il lavoro giusto?

La prova della piadina

Torniamo alla domanda del titolo.

Detta così è facile; il difficile è rispondere davvero, senza girarci intorno.

Il modo che uso io è immaginarmi un chiosco di piadine.

Se ho un chiosco di piadine posso avere una bella insegna, un dehors curato, patatine fritte fantastiche, la Coca-Cola ghiacciata, birre alla spina, giovani al banco simpatici e di bell’aspetto. Posso pure postare sui social e fare pubblicità. Ma la sola e unica cosa che conta davvero è che la piadina sia buona.

Se la piadina fa schifo, tutto il resto perde di significato. Anzi, peggio: una bella insegna e una buona pubblicità servono solo a far assaggiare a più gente una piadina che non vale niente.

Quindi la domanda da farsi davanti a un lavoro, a un progetto o a una richiesta è sempre la stessa: questa cosa è la mia piadina? È esattamente ciò per cui il cliente mi paga, quella senza la quale non mi pagherebbe affatto? Oppure è un contorno, utile, a volte perfino necessario, ma che ha senso solo se la piadina è buona?

Nel mio progetto di anni fa il file ordinato non era la piadina. Il cliente non pagava per un elenco classificato, pagava per sapere dove intervenire e in che ordine. Ho passato una settimana a lucidare l’insegna di un chiosco che non aveva ancora acceso la piastra.

Se il dubbio resta, due domande veloci:

  • se consegnassi solo questo, sarebbe sufficiente?
  • E la sua gemella, ancora più utile: se togliessi questa parte, il cliente quanto se ne accorgerebbe?

Ogni no ha un prezzo

Applicando questo principio nel tempo ho capito una cosa: spesso eliminare è più doloroso che aggiungere. Ogni no che dici ha delle controindicazioni, e vanno messe in conto.

Se dò priorità a una produzione urgente per un cliente e salto la manutenzione dei macchinari, sto aumentando la probabilità di una rottura e quindi di un fermo. Se sposto budget sul marketing perché ho in vista una fiera importante, quel budget lo tolgo da qualche altra parte, e prima o poi la mancanza di quei soldi si sente.

Sono scelte perfettamente legittime e anzi, sono necessarie. Non si può fare tutto, e il decidere implica proprio eliminare ciò che non si sceglie. È molto meglio un leader risoluto che prende alcune decisioni sbagliate che uno che cerca sempre di accontentare tutto e tutti. L’importante è avere ben chiaro qual è il prezzo che stai pagando per quella scelta, soprattutto per cosa non scegli. La differenza tra anticipare e reagire è uno dei fattori che distinguono di più un’azienda ben organizzata da una caotica. E questo si riflette nei conti a fine anno.

Illustrazione della domanda 1 in due scene. "La prova della piadina": un vassoio con piadina, patatine e bibita, con la piadina indicata come ciò per cui il cliente ti paga; sotto, un piatto con la sola piadina ("Basterebbe consegnare questo?") e un vassoio senza patatine ("Quanto se ne accorgerebbe il cliente?"). "Il prezzo del no": una mano sceglie la comanda "Produzione urgente" e lascia rimandata quella della "Manutenzione", con una freccia verso la piastra: aumenta il rischio di fermo. Sotto: anche ciò che lasci fuori ha conseguenze.

2. Devo farlo io?

La seconda domanda si risolve molto velocemente:

  • se il lavoro non è la tua piadina, puoi delegarlo;
  • se invece lo è, non puoi delegarlo finché la ricetta ce l’hai solo in testa.

Scritto così sembra un gioco di parole, e vale la pena spiegarlo meglio.

Da quanto ho scritto sopra, sembra sia impossibile crescere: se la piadina non si delega, allora resti tu al banco per sempre, e siamo daccapo con l’azienda che ha come limite la tua agenda.

Fermiamoci un attimo a ragionare, tenendo a mente la piadina: che cos’è che rende buona una piadina? La mano di chi la fa? Oppure è l’insieme di:

  • gli ingredienti (input)
  • una serie di attività una dopo l’altra con certi ordini e tempistiche (processo)
  • un criterio di che cosa è una buona piadina (risultato desiderato)
  • un riscontro della differenza tra il risultato ottenuto e quello desiderato, con relative correzioni (ciclo di feedback)

Se questi quattro elementi sono sotto controllo, è possibile delegare il lavoro a chiunque.

Illustrazione della domanda 2, "Passa il lavoro, mantieni il giudizio": una cuoca passa la ricetta della piadina a un collega. A sinistra le tre cose che restano a chi delega: problema, criteri, responsabilità verso il cliente. A destra il ciclo ingredienti, processo, risultato e feedback, con una freccia che torna al processo e la scritta "Correggi il processo".

Due note importanti:

  • In realtà questi elementi valgono per qualsiasi compito, anche di importanza minore;
  • Puoi utilizzare la stessa lente sia a livello più alto sia più in dettaglio. Ad esempio, puoi analizzare sia il processo di vendita in toto sia nello specifico cosa dire al primo contatto con un cliente (il pitch di vendita).

Cosa puoi delegare e cosa no

L’esecuzione la puoi delegare, e anzi, se vuoi crescere la devi delegare tutta. Quello che non deleghi è il giudizio su cosa sia una buona piadina.

In pratica, tre cose devono rimanere tue:

  • La definizione del problema → cosa stiamo risolvendo davvero, e per chi;
  • I criteri di decisione → Cosa consideriamo un buon risultato, cosa siamo disposti a lasciare per strada, cosa non è negoziabile;
  • La relazione con il cliente → Non nel senso di essere l’unico a parlargli, ma nel senso che quando qualcosa va storto sei tu quello a cui rendere conto.

Questo nella consulenza per grandi aziende è ovvio: il cliente non paga fior di quattrini per qualche ragazzo fresco di università, ma paga il partner con esperienza trentennale che gli ha venduto il progetto. È lui che ha chiaro qual è il problema da risolvere, cosa bisogna fare per risolverlo e soprattutto è lui che risponde se qualcosa va storto.

Nota da secchione:

Scrivendo questa parte mi sono reso conto che i criteri che uso sono pressoché gli stessi anche nel Modellamento (PNL) e nell’addestramento delle Reti Neurali (AI). In entrambi ci sono dei dati in ingresso, una sequenza di passaggi, un criterio che dice cos’è un buon risultato e un ciclo che corregge l’errore: che tu stia insegnando a una persona o a una macchina, delegare bene vuol dire rendere esplicita la ricetta.

Accettare il caos

C’è un ultimo prezzo da mettere in conto prima di passare al lato pratico: accettare che le cose non andranno come vorresti.

Quando io faccio un’attività nuova, che non è routinaria e per cui non esiste ancora un processo strutturato, la faccio con la mia testa. Mi immagino l’output che voglio ottenere, mi immagino la strada per arrivarci, e poi mi metto lì e la faccio. Tutto questo succede dentro la mia testa, e la maggior parte delle volte non me ne accorgo nemmeno. Scommetto che anche tu fai lo stesso.

Quando la stessa attività la deleghi, l’altra persona fa il medesimo lavoro mentale, ma con la sua testa. E anche se le hai descritto l’output nel dettaglio, ci arriverà per una strada diversa dalla tua, e il risultato avrà delle differenze. Alcune ti piaceranno, e ogni tanto ti accorgerai che ci è arrivata meglio di te. Altre no.

Quelle differenze non sono un errore da correggere; fanno parte della delega, sono il prezzo da pagare. Se le tratti tutte come errori ricontrolli tutto, rifai tutto, e alla fine ti riprendi il lavoro. In più ti sarai costruito la prova che “tanto non sono in grado”, che è una profezia che si auto-avvera.

Questo però non vuol dire accettare qualunque cosa. La riga di confine è quella di prima, si giudica il risultato sull’obiettivo: se una differenza tocca i criteri scritti sopra, allora non è caos ed è giusto intervenire. Se invece tocca solo la modalità con cui sono stati soddisfatti quei criteri, lascia stare.

E c’è un motivo in più per lasciar stare: è proprio confrontando come l’avresti fatta tu e come l’ha fatta l’altra persona che capisci quali passaggi contano davvero e quali li avevi inseriti per abitudine. Il caos della prima volta diventa quindi la materia prima del processo che scriverai per la volta successiva, e così via in un affinamento continuo.

3. Chi lo fa meglio di me?

Eccoci alla terza domanda della scala. Il problema ormai è chiaro, voler fare tutto da soli, e lo è anche la soluzione, farsi aiutare. Restano da chiarire quattro cose:

  • Cosa ti impedisce di chiedere aiuto?
  • Quando chiederlo?
  • A chi?
  • E come?

Cosa ti impedisce di chiedere aiuto

Il primo punto è il più importante: se non riconosci le tue resistenze interiori, non riuscirai mai a far leva sull’aiuto degli altri. Cosa ti frena esattamente, quindi?

I nemici sono tre:

  • Ego: è il nemico più potente. Chiedere aiuto significa ammettere che sei umano, che hai un limite, e che da solo quel problema non lo stai superando. Specie in ambito lavorativo, può essere durissimo da mandare giù. Ma c’è un altro punto di vista, molto più costruttivo: il tuo tempo e le tue energie sono la risorsa più scarsa che hai, quindi ti conviene concentrarti solamente su poche cose in cui punti alla grandezza, e appoggiarti alle competenze e all’esperienza degli altri per tutto il resto. Tieni bene a mente questo concetto, ci torneremo più tardi.
  • Perfezionismo: questo è un nemico infido, contro cui io combatto da una vita. A prima vista sembra darti una mano, poi però ti accorgi che l’asticella che metti a te stesso e agli altri è talmente alta da diventare irraggiungibile se non con sforzi titanici. Anni fa conobbi un manager che rifaceva completamente tutto il lavoro dei suoi collaboratori, finendo a lavorare di notte per rispettare le scadenze. Ne conobbi anche un altro che addirittura non delegava nessun compito, tranne quelli base, dicendo che “tanto non erano in grado di farli”, e non capendo che finché uno non si cimenta in qualcosa non sarà mai in grado di farlo. Spero che tu non ti riconosca negli esempi che ho appena scritto; se sì, sai su cosa migliorare.
  • Paura del rifiuto: questo nemico è spesso il motivo per cui resti nella tua comfort zone e preferisci fallire in silenzio, oppure non tentare affatto, piuttosto che esporti. La paura del rifiuto è alla base della paura di parlare in pubblico, della paura di vendere, della paura di esprimere i tuoi sentimenti a chi ti piace, e anche, a volte, del non chiedere aiuto. A nessuno piace sentirsi dire di no, venire ignorato o, peggio, deriso. Ha ragioni ataviche: nell’età della pietra, venire esclusi dal gruppo significava morte certa. È rimasto impresso nel nostro cervello, e serve parecchia pratica per superare questo muro.

Quando chiedere aiuto

Qui bisogna distinguere due situazioni diverse.

Il primo caso è quando ti serve tempo. Il lavoro è quello giusto, sai perfettamente come si fa, semplicemente non ci stai. Su questo c’è poco da filosofare: è un problema di priorità, e ci sono strumenti che lo risolvono benissimo, dalla matrice di Eisenhower in giù, che chiunque abbia gestito un team ha già incrociato almeno una volta.

Il segnale, in questo caso, è aritmetico. Fai il conto e non torna. Nel mio progetto la stima era di 25 ore, poco più di tre giorni, e dopo una settimana non ero neanche a metà. Quando il lavoro reale sfora la stima di così tanto, non è un problema di impegno: è il momento di alzare la mano.

Il secondo caso è quando hai toccato un tuo limite. Qui ci sono tre segnali:

  • Il primo è sempre il tempo, ma in un altro senso: non “non ci sto”, bensì “per arrivare a un risultato decente ci metterei un tempo che non vale la pena”. Io sulla mia auto qualcosa so fare: cambio le gomme, cambio un faro. Un motore no. Potrei impararlo, sia chiaro, ma quanto ci metterei per farlo a un livello che non sia pericoloso? E soprattutto: è una cosa in cui voglio diventare bravo? Se la risposta è no, il discorso è chiuso e si chiama il meccanico.
  • Il secondo è il sesto senso. Ognuno di noi distingue benissimo una cosa difficile da una cosa che è oltre le proprie possibilità, e lo capisce quasi subito. Il problema è ammetterlo.
  • Il terzo è la sensazione di perderti un pezzo, senza riuscire a dire quale. Non sei bloccato, stai andando avanti, però qualcosa non ti torna. Stai guardando il problema da un punto di vista che è il tuo, costruito sulle tue competenze e sulla tua storia, e un’altra persona, con competenze e storia diverse, vede cose che a te sono semplicemente precluse.

Se leggendo questo paragrafo ti è venuta in mente un’attività che hai sulla scrivania, ecco, è giunto il momento di chiedere aiuto.

A chi chiedere aiuto

Non tutti gli aiuti hanno lo stesso peso:

  • C’è l’aiuto che ti dà un paio di braccia: qualcuno che fa il lavoro insieme a te o al posto tuo. Serve quando sai già che il lavoro è quello giusto e sai come si fa, e ti manca solo il tempo.
  • E c’è l’aiuto che ti dà una testa: qualcuno che guarda il tuo problema da fuori e ti dice che stai rispondendo alla domanda sbagliata. Serve quando è la prima volta che fai una cosa, o quando ti accorgi di essere fermo.

L’errore più costoso è chiedere braccia quando ti serve una testa, perché non fallisce: ti porta a destinazione senza farti capire l’errore. Se quel giorno avessi chiesto una mano a due colleghi, in tre avremmo finito di classificare i 3.000 articoli in pochi giorni, avremmo consegnato un lavoro inutile in anticipo e ci saremmo pure sentiti bravi. Un successo apparente vale meno di un fallimento che ti insegna qualcosa.

Per le braccia va bene quasi chiunque abbia le competenze per eseguire quell’attività. Per la testa servono tre requisiti: che abbia già visto un problema simile, che sia abbastanza fuori dal tuo lavoro da vedere la cornice e non solo il quadro, e soprattutto che non abbia alcun interesse a compiacerti. Il capo, un collega di un altro reparto, un consulente, un altro imprenditore, a volte un amico che fa tutt’altro mestiere (quest’ultimo mi ha aperto la mente più di tutti gli altri).

Chi lavora per te, invece, quasi mai è la persona giusta a cui chiedere la testa, perché è la persona con più motivi al mondo per non dirti che stai sbagliando.

Come chiedere aiuto

Una richiesta fatta bene ha tre pezzi:

  • Il problema istruito. Cosa devi ottenere, per chi, entro quando. A chi ti ascolta non interessa la storia della tua vita, digli il risultato che serve e il vincolo che hai.
  • Cosa hai già provato, e perché non ha funzionato. Risparmi all’altra persona il tempo di suggerirti le strade che hai già percorso, e stai dicendo di te una cosa precisa: ti sei dato da fare prima di arrivare da lei.
  • Cosa ti serve sapere specificamente. Se hai ragionato abbastanza, hai già alcune idee di soluzioni al problema. Di solito, chiedere “Ho in mente queste strade, secondo te quale ha più senso?” fa sì che l’interlocutore ti dia velocemente la risposta che cerchi. Il rischio sta nelle ipotesi: se nelle tue soluzioni le dai per scontate, spingi anche l’altro a darle per scontate. In questo caso, mettere in discussione la premessa: “sto dando per scontato che questo lavoro vada fatto in questo modo, ci vedi qualcosa che non torna?” può essere utile per mettere alla luce buchi nel tuo ragionamento. Se invece tu e l’altro avete del tempo da dedicarci, è utile partire daccapo: “Ho in mente alcune soluzioni, ma ti andrebbe di ripercorrere insieme tutto il ragionamento dall’inizio?”. Così facendo non influenzi troppo l’altra persona, e fai sì che emergano soluzioni che davvero si ancorano alla tua piadina.

Illustrazione della domanda 3 in tre scene. "Braccia o testa?": due cuochi preparano insieme le piadine sulla piastra, con l'etichetta "Braccia: sai cosa fare e come, ti manca il tempo"; poi si fermano a leggere una comanda, con l'etichetta "Testa: sei fermo o affronti qualcosa di nuovo". Sotto: più esecuzione non corregge una domanda sbagliata; con l'AI, chiedile di trovare le falle nel tuo ragionamento, perché il giudizio resta tuo. "Prepara la richiesta": una cuoca mostra a un collega un foglio in tre punti: obiettivo e vincoli, cioè cosa serve, per chi, entro quando; tentativi, cioè cosa hai già provato e perché non ha funzionato; cosa ti serve sapere, proponendo le tue strade e mettendo in discussione la premessa.

E l’intelligenza artificiale?

Partiamo dal fatto che l’AI è il collaboratore più disponibile che tu abbia mai avuto, e che smonta due dei tre nemici di cui parlavamo prima. L’ego non viene intaccato: non stai ammettendo niente davanti a un collega: nessuno racconterà in giro che non ci eri arrivato. E la paura del rifiuto sparisce, perché l’AI non ti dice mai di no.

Il perfezionismo invece diventa uno scoglio ancora più grande: puoi rigenerare la stessa cosa venti volte, e chi passa il pomeriggio a rifare la ventesima versione di un testo sta facendo esattamente quello che faceva quel manager che rifaceva di notte il lavoro dei suoi collaboratori, solo che adesso lo può fare più in fretta.

Sul lavoro vero l’AI funziona benissimo, e a un costo infinitamente minore rispetto a qualche anno fa. Ma è bene essere chiari su cosa ti sta dando: sono braccia, non è una testa. Braccia bravissime, instancabili, che ne sanno più di te su un sacco di argomenti. Braccia.

Torniamo per un attimo a quel progetto. Se nel 2016 avessi avuto un’AI e le avessi chiesto “aiutami a classificare 3.000 articoli più in fretta”, avrei ottenuto uno script, e avrei finito in due ore. Sarei stato felicissimo. E non avrei imparato nulla.

Questo perché l’AI risponde alla domanda che le fai. Il mio manager mi ha detto una cosa che non gli avevo chiesto, e questo è precisamente ciò che nessun modello fa spontaneamente. Anzi, di default tende a darti ragione anche quando non l’avresti.

Per far sì che ti dia dei consigli davvero utili bisogna forzarla a darti feedback critici: non “aiutami a fare questa cosa” o “ho fatto così, va bene?” ma “questo è il mio ragionamento, trova le falle” oppure “ho pensato/fatto x. Dammi feedback critico”, oppure ancora “sto dando per scontato che questa cosa vada fatta così, cosa non torna?”. Nelle impostazioni di Claude e ChatGPT è possibile anche inserire istruzioni personalizzate valide per tutte le chat: nelle mie c’è scritto “Sei un esperto che verifica sempre le informazioni, mantiene un approccio critico e svolge ricerche approfondite. Io non ho sempre ragione. Nemmeno tu, ma entrambi puntiamo alla massima accuratezza. La risposta deve essere chiara e andare dritta al punto.”

4. Come controllo il lavoro fatto?

Chiudiamo il giro con la quarta domanda, che vale sia per il lavoro fatto da una persona che per quello fatto da una macchina.

Il criterio l’abbiamo già detto parlando di caos: si giudica il risultato sull’obiettivo, non sulla somiglianza a come l’avresti fatto tu. Su quanto controllare, la regola che uso io è che il controllo va tarato sul costo dell’errore, più che sulla difficoltà del compito. Un lavoro semplice che, se sbagliato, ti fa perdere un cliente merita più attenzione di un lavoro complicato che nessuno vedrà mai.

Con l’AI c’è però una differenza che conviene tenere a mente: una persona, quando non è sicura, di solito te lo fa capire. L’AI no, ha lo stesso tono sicuro quando ha ragione e quando si sta inventando tutto. Per questo l’esecuzione gliela puoi passare volentieri, ma il giudizio deve restare sempre dalla tua parte.

Illustrazione della domanda 4, "Come controllo il lavoro fatto?": una cuoca confronta una piadina appena fatta con la ricetta. Accanto: controlla rispetto all'obiettivo, non al tuo modo di lavorare; più costa l'errore, più attenzione serve.

La piadina di domani

Manca un ultimo pezzo. Fin qui abbiamo ragionato su cosa vale di più e su cosa sai fare meglio. C’è un terzo criterio, che guarda avanti: in cosa vuoi diventare il migliore.

Perché la piadina di oggi non è detto sia la piadina di domani. Le cose che oggi ti fanno guadagnare bene potrebbero valere molto meno tra cinque anni, e quella in cui vorresti essere bravissimo magari oggi non la sai ancora fare.

Il che apre un’eccezione a tutto quello che ti ho detto finora, e voglio essere esplicito perché non sembri una contraddizione: il lavoro in cui hai deciso di diventare bravo è meglio che lo faccia tu anche se c’è qualcun altro che lo farebbe meglio e più in fretta. In questo caso delegare ti dà un vantaggio nell’immediato a danno del tuo futuro.

L’importante è saperlo, e sceglierlo. Una cosa, forse due, non dieci: se ti tieni tutto con la scusa che stai imparando, sei tornato al punto di partenza e ti sei pure trovato una bella giustificazione. Su tutto il resto vale quello che ci siamo detti: se non è la tua piadina, non è roba tua.

Infografica illustrata "Qual è la tua piadina?", sottotitolo "Le quattro domande da farsi prima di rimboccarsi le maniche". In alto quattro domande collegate: 1. È questo il lavoro giusto? 2. Devo farlo io? 3. Chi lo fa meglio di me? 4. Come controllo il lavoro fatto? Accanto alla prima: se il lavoro è inutile, delegarlo lo rende solo più costoso. Domanda 1: la prova della piadina, con la piadina come ciò per cui il cliente ti paga e due verifiche, consegnare solo quella e togliere un contorno; il prezzo del no, dove scegliere la produzione urgente e rimandare la manutenzione aumenta il rischio di fermo, perché anche ciò che lasci fuori ha conseguenze. Domanda 2: passa il lavoro, mantieni il giudizio; a chi delega restano problema, criteri e responsabilità verso il cliente, mentre l'esecuzione segue il ciclo ingredienti, processo, risultato e feedback, correggendo il processo. Domanda 3: braccia quando sai cosa fare e ti manca il tempo, testa quando sei fermo o affronti qualcosa di nuovo; più esecuzione non corregge una domanda sbagliata, e all'AI si chiede di trovare le falle nel ragionamento. La richiesta d'aiuto ha tre punti: obiettivo e vincoli, tentativi, cosa ti serve sapere. Domanda 4: controlla rispetto all'obiettivo, non al tuo modo di lavorare; più costa l'errore, più attenzione serve. In fondo: vuoi diventare bravo in quella cosa? Tienila tu; una cosa, forse due, non dieci. Firma Lorenzo Fiumi, lorenzofiumi.com.

Il conto lo paga qualcun altro

Torniamo per un attimo in quella sala d’attesa.

Il carrozziere non era un incapace. Smontare e rimontare delle bombole sapeva farlo benissimo, e ci scommetto che l’aveva già fatto decine di volte. Quello che non sapeva è che non doveva farlo lui.

Ha sbagliato la prima domanda, non si è chiesto se era quello il lavoro giusto da fare. E come succede quasi sempre in questi casi il conto non è arrivato a lui: i 350 euro e la garanzia persa se li è presi la signora, che di impianti GPL non sa niente e non deve saperne niente.

Vale anche al contrario, ed è la parte che riguarda te e me. Quando siamo noi a non fermarci, quando ci mettiamo di buona lena a fare un lavoro senza chiederci se è il lavoro giusto e senza alzare la mano quando serve, il conto lo paga sempre qualcuno. Il cliente che aspetta, il socio che copre, la famiglia che ti vede rientrare tardi per la terza sera di fila (o per il terzo anno di fila).

Quindi la prossima volta che ti trovi davanti a una montagna di lavoro, prima di rimboccarti le maniche e partire, fermati trenta secondi: è questa la mia piadina? E se ti accorgi che non lo è, o che da solo non ce la fai, alza la mano prima di essere a metà.

Buona innovazione!

PS: utilizzo il maschile per facilitarti la comprensione, di qualsiasi genere ed orientamento tu sia.

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Lorenzo Fiumi

Costruisco sistemi semplici e AI per chi vive di relazione e fiducia. Sto costruendo Coachable, il libro vivente dei clienti per coach professionisti.

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